Storia di una famiglia di contadini-pescatori del Lago di Fimon dal Trecento ad oggi

Del perché di un libro genealogico

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Esiste nei Colli Berici un lago, e sulla sponda occidentale una contrada, ove per più di 600 anni è vissuta ininterrottamente una famiglia. Narrare i modi e le forme di vita e di integrazione ambientale di questa famiglia è lo scopo primo del presente volume.
Tirar fuori dall'anonimato, dare dignità di persone a degli individui destinati ad essere stati e ad essere considerati massa informe di contadini, come amano chiamarla solitamente gli storici, è l'altro obiettivo che ci siamo posti. La storia ultimamente si è sì interessata al popolo, ma l'ha fatto quasi sempre considerandolo come un insieme indistinto, al massimo diviso in classi, categorie, gruppi sociali. Raramente si è interessata di persone, di individui singoli in carne ed ossa, come ha fatto per i potenti, per i re, i papi, i generali, i grandi artisti. Questi sono ritenuti gli artefici della Storia e di loro si sono scritte un'infinità di biografie. Tutti gli altri sono popolo e su loro si sono scritti al massimo trattati di sociologia.
Ovviamente non si può pretendere di ricostruire le vicende personali e familiari di tutti gli individui che sono esistiti, ma vederne almeno dei prototipi è un modo, credo, per cominciare a riscattare anche costoro e gli altri come loro. L’autore si rende conto che l'operazione sa un po' di socialismo romantico, con retrogusto di vetero-marxismo sessantottino, o, se si preferisce, di egalitarismo pauperistico con ascendenze evangeliche, però corre ugualmente il rischio, convinto che, se tutte le persone hanno pari dignità, si dovrebbe cominciare a trattarle allo stesso modo. Anche nel rigore scientifico con cui si ricercano e si esaminano le fonti e i documenti che le riguardano.
Certo, chi si mette a raccontare storie di povera gente è penalizzato perché la quantità di documentazione è infima rispetto a quella delle grandi famiglie. Fa parte del gioco. La storia la facciamo tutti, ma la Storia la fa chi lascia tracce. Su queste gli storici costruiscono le loro storie. E’ più facile costruire storie di famiglie importanti.
Questo infatti si è sempre fatto. Così sembra siano esistite solo queste, e che solo queste abbiano fatto la Storia.
D'altra parte, le persone del popolo hanno cominciato a far capolino nella Storia con il loro nome, il minimo richiesto per identificarle, solo agli inizi di quest'ultimo millennio. Si trattava, per lo più, di testimoni nelle vertenze tra monasteri o tra i signori della terra. Oppure erano protagonisti, sempre negativi, nei processi per reati di furto, danneggiamento delle proprietà, inadempienza nel pagamento delle decime ecc. Agli inizi dell'Età Moderna, quando la terra cominciò ad essere una merce da comperare, vendere o affittare, si moltiplicò a dismisura il numero dei nomi documentati. La massa indistinta dei servi della gleba diventò una caterva di nomi di piccoli proprietari e fittavoli. Si sono scritte montagne di atti notarili per certificare il possesso, la trasmissione per eredità, il passaggio di proprietà di un numero infinito di pecie terre, di pezze di terra. Per identificare le quali si mettevano i nomi dei proprietari confinanti. E non si diceva: "la terra di Tizio confina con quella di Caio e con quella di Sempronio" ma si diceva tout court: "la terra di Tizio confina con Caio e con Sempronio". Caio e Sempronio erano la loro terra. E se non esistevano grazie alla loro terra, esistevano per il fisco, altro grande deposito di nomi propri. Prima dell'Età Moderna le tasse venivano pagate per foci, ossia per focolari, per famiglie.
Ogni paese versava ai potenti di turno una quantità di denaro calcolata sul numero delle famiglie, che non era necessario avessero un nome. Il fisco moderno invece, più rigoroso ed efficiente, cominciò a tassare le persone, i capifamiglia, che perciò ebbero dignità di un nome.
Poi vennero i Registri Parrocchiali, voluti dal Concilio di Trento per controllare la regolare somministrazione dei sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell'Estrema Unzione e, soprattutto, del Matrimonio: una manna per chi fa storia locale, una miniera per chi si interessa di famiglie e persone di ogni strato sociale.
Dagli atti notarili, dagli Estimi approntati dal fisco, dai Registri Parrocchiali, da qualche atto amministrativo, se la persona in oggetto ha rivestito un ruolo pubblico, e da poche altre sporadiche, occasionali fonti, si sono ricavate le notizie anche nella presente ricerca. La quale ha avuto un punto di vantaggio: la famiglia, di cui si è ricostruita la storia, è sempre vissuta nello stesso luogo e perciò il reperimento delle fonti è risultato facilitato. Lo scotto pagato? Districarsi in un vespaio di nomi tutti uguali, a distinguere i quali solo per un certo periodo son venuti in aiuto i cognomi. Poi questi non sono stati più sufficienti, e sono spuntati i soprannomi, come nel caso, appunto, dei Dal Lago distinti in Supriani, Pocete, Morini, Cantista, Seleste, Furbaci, Pissa, Macalini, Andrea, Mondariui, Benetei, Ciodi.
Ora i soprannomi non servono più. Alcuni sono proprio scomparsi, perché si sono estinte o sono emigrate le famiglie che li portavano; gli altri sono diventati inutili perché a distinguere le famiglie il cognome basta e avanza.
Ma questo fa parte della storia che intendo raccontare.

Del quando

È inutile tentare di nasconderlo, tanto, prima o poi lo si capirebbe: la famiglia di cui vado a dire è la famiglia dei miei avi. Quando mi è venuto il desiderio di raccontare la loro storia, di ricostruire la loro genealogia? Spesso e nelle forme più svariate.

Capitava regolarmente una volta all'anno, il sette Dicembre, la vigilia dell'Immacolata, al Vangelo, quando ci si alza in piedi, che non se ne può più di stare in ginocchio, soprattutto noi chierichetti sul marmo freddo del primo gradino dell'altare, anche d'inverno, beato il prete che ha la predella e, se si inginocchia, il cuscino. Il prete questa mattina non attacca con il solito "In illo tempore" ma con un "Liber generationis Jesu Christi filii David, filii Abraham" che ci fa sussultare. E come un segnale convenuto. Un rapido giro di sorrisetti tra mocoli: è il vangelo di Manasse. Un latino orecchiabile, maccheronico ante Iitteram. "Abraham genuit Isaac" è facile, si capisce che genuit vuol dire "generò", e con i nomi propri ti arrangi. I nomi sono magici, orientali, da guerre stellari diremmo oggi: Phares, Esrom, Amìnadab, Naàsson, Booz, Jesse, quello della verga, la radice di David; Roboam, forte questo, non gliela fai; Jòsaphat, che ha una valle tutta sua, grande per farci stare tutti gli uomini di tutti i tempi. Mah!? Tra poco però deve arrivare lui. È nell'aria. Tra chierichetti le occhiate si fanno più intense.
"Ezechias autem generavit Manassen". L’ha detto. Non si può non ridere con un nome così. Don Meneghello si gira, e mostra una mano minacciosa peggio di quella di Manasse. Vorrebbe fermarsi, ma non può. È scritto nel Vangelo e il Vangelo non lo può cambiare neppure lui, che per il resto invece! Si rigira ed è costretto a continuare con un Manasses autem genuit Amon". Ma allora è Manassen o Manasses? Questione di declinazioni. Non importa, è sempre un Manasse, ripetuto due volte. Una ripetizione che vale un'apparizione. Manasse, due mani così, come i Manasse di Perarolo, quelli di via Manasse, per non dimenticarli. Chissà se ce ne sono ancora.
Fortunato Gesù con degli avi simili. Per forza ha potuto fare quello che ha fatto.
E che ordine, che regolarità nella discendenza. Da Abramo a Davide quattordici generazioni; dalla cattività babilonese alla nascita di Gesù altre quattordici. Quattordici è il doppio di sette. Sacro. Divino.
Avere dei nonni così, con questi nomi e questo ordine!
Con i nomi a me sembrava già persa in partenza. Il nonno Cipriano era figlio di Antonio, Antonio era figlio di Cipriano, Cipriano era figlio di Antonio, e così via, su su, non sapevo allora per quante volte. Per esserci ordine, questo c’era, ma un po’ troppo. Semplicistico. Se continuava con questo binomio, me lo scordavo un Jechonias, uno Zoròbabel, chissà, forse antenato in linea indiretta di Zorro. Soprattutto non ci sarebbe stato verso di trovarci un Achim "qui autem genuit Eliud". E Achim era il mio eroe dei fumetti, il forzuto ecologico, padre di Tarzan, però più maschio, che dovetti sostituire con Black Macigno, perché era vestito di solo perizoma, e questo non andava bene, allora.
Chissà se tra i bisbisavoli c'era qualche nome che poteva, non dico competere, ma almeno stare accanto a quelli degli antenati di Gesù.
 

Fiore l'ho incontrata per la prima volta in un registro parrocchiale il 28 Ottobre 1586, e fu subito simpatia. Tra le tante Pellegrine, Caterine, Franceschine, Elisabette, tutti nomi di sante, un nome colto dal campo, laico, che sapeva di quotidiano, di vissuto, con un pizzico di civetteria, di trasgressione. Una ventata di freschezza, di profumo tra gli incensi della chiesa.
Mi immaginavo Fiore bambina, perché anche nel Cinquecento, a Lapio, si poteva forse essere bambini, ma non sapevo come raffigurarmela, come vestirla, se metterle in mano una bambola, perché temevo che non l'avrebbe riconosciuta. Ne avrà avuta, Fiore, una tutta sua? Pensavo Fiore che cresce, che si prepara la dote, come trovavo nei documenti antichi, con la sua gonella, la camisa de canevo e lino, il grombialle, il fazoleto de rensso in testa e forse, chissà, un fillo de corallo rosso al collo, e poi il ragazzo che la va a trovare, e insieme sfogliano i petali del fiore di Fiore “m’ama, non m’ama”.
"Fiore, figliola legitima di Antonio del fu Gasparo Dal Lago et de Maria sua legitima mogliere fu battezzata per me pre’ Fonteo Bruno rector de Pianezze. Compari sono stati Pellegrin de Zanmaria Manoto da Fimon et domina Catherina figlia de Zulian da Pianezze".
Fiore dunque era una Dal Lago: e se fosse stata una mia lontana antenata?
I nostri son boschi cedui. Ceduo: detto di bosco, albero, macchia e simili che si tagliano periodicamente. Sotto rimane il ceppo, la socara, sopra crescono le piante, che invece sono rami. Perché, contrariamente a quanto noi crediamo, i bei fusti di rovere, i dritti carpini, persino i grossi cantili, i castagni da Opera, in effetti non sono tronchi, ma rami cresciuti dalla socara. Pensi di abbattere un albero, e invece ne stacchi solo un ramo. L'albero è lo stesso che tagliavi quarant'anni fa, con tuo padre, tu con la focheseta da brucolare, per scaldarti, perché con la brunesca, d'inverno nel bosco, non c'è altro rimedio; tuo padre con la menara che con quattro colpi tirava giù di quelle piante che facevano paura. Quarant'anni prima era stato il nonno a tagliarle, e prima ancora il padre del nonno. Tutti intorno a tagliare la stessa socara, perché il ceppo era sempre quello. È un bosco ceduo. Appunto.
È morto il padre, è morto il nonno, morirò anch'io (forse, come diceva Toni Sergente, che ora non lo dice più neppure lui), ma la socara, sotto, rimane.
Siamo rami. Rami di un albero genealogico.

Del come

Ho diviso il presente lavoro in tre parti a cui corrispondono altrettanti livelli di lettura o, se si preferisce, altrettanti tipi di lettore, se uno non li regge tutti e tre.
Nella prima parte ho cercato soprattutto di illustrare l'evoluzione delle forme di vita di una famiglia, i Supriani, e dei suoi rapporti con un piccolo e caratteristico microcosmo naturale, il lago di Fimon. Ho inteso mostrare come sia stato possibile che una ventina di generazioni siano vissute in e di quest'ambiente e, per certi aspetti, per esso. L'esposizione qui ha voluto essere ragionata, argomentativa, come dev'essere quando si esaminano processi di lunga durata, quando si vogliono capire le ragioni di comportamenti collettivi, le cause di fenomeni ampi. Per questo non si è ritenuto necessario seguire un rigoroso ordine cronologico, mentre è diventato indispensabile il riferimento agli avvenimenti generali della Storia.
La seconda parte invece è la ricostruzione della genealogia di un solo ceppo fami-liare, i Supriani appunto, fatta in base a rigorose ricerche archivistiche. L'esposizione in questo caso è diventata più puntigliosa, più meticolosa, per certi aspetti pedante, perché non ha voluto lasciare spazio a ipotesi, a divagazioni e, men che meno, alla fantasia. In queste pagine ci sono molte citazioni, il testo è spesso virgolettato, si moltiplicano le note e, soprattutto, non si contano i nomi propri. Alcuni potevano anche essere omessi per rendere più scorrevole la lettura, ma non lo si è fatto per le ragioni dette prima. Ci dev'essere del feticistico in questa mia attenzione per i nomi delle persone, fatto sta che non riesco a trascurarne uno senza sentire un senso di colpa. Quando trascrivo un nome, anche per una volta sola, mi sembra di evocare, di far rivivere per un attimo la persona che lo portava. Quando, viceversa, non riporto il nome, mi sembra di far scomparire nel nulla anche chi l'ha portato. Credo sia l'effetto Sepolcri, del Foscolo.
 La terza parte, infine, che vorrebbe essere la più leggibile, la più discorsiva e, per certi aspetti, o per certi lettori, la più interessante e la più curiosa, narra a campione episodi, fatti, modi di fare, collettivi o di singoli, tipici dei Supriani delle ultime generazioni. L'intento non è quello di celebrare personaggi illustri, o vicende memorabili, ché non ce ne sono, nè mostrare inesistenti diversità di razza, ma ricordare alcuni tic comportamentali per cui i Supriani sono i Supriani, come una persona è quella persona e non un'altra. È un vasto campionario umano che, soprattutto negli ultimi decenni, copre la gamma di quasi tutti i ceti, gli strati sociali, le professioni, per cui può essere letto anche come uno spaccato della società contemporanea. Può servire per rendersi conto di come i grandi avvenimenti dell'ultimo secolo sono stati vissuti dalla gente comune o, se si preferisce, di come delle persone comuni hanno contribuito a costruire, nel bene e nel male, la Storia.
 

Reginaldo Dal Lago